ATTRAZIONI

Tutto quello che bisogna vedere almeno una volta nella Riserva di Capo Peloro
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Pilone

Insieme al suo gemello calabrese, i cosiddetti piloni dello Stretto, sono dei tralicci in disuso della linea elettrica ad alta tensione a 220 kV che attraversava lo stretto di Messina fra la Calabria e la Sicilia. Si tratta di due torri d’acciaio indipendenti, una collocata sulla sponda siciliana e l’altra su quella calabrese.

Il traliccio siciliano, detto “pilone di Torre Faro” (in dialetto u piluni), fu progettato dalla SAE a partire dal 1951 e costruito tra il 1954 e il 1955 su commessa della Società generale elettrica della Sicilia (SGES); fu inaugurato nel maggio 1956, ed è alto 225 metri, più otto della base di calcestruzzo armato che lo sostiene, per totali 233 metri.

Il traliccio calabrese, situato sulla sommità della collina di Santa Trada, è identico, ma con i 169 metri sottostanti di promontorio, svetta a ben 394 metri sullo specchio d’acqua dello Stretto. Le fondazioni, sulle due sponde, con un corpo a struttura scatolare a forma di croce, sono diverse: quella della Torre Sicula, data la natura del terreno, si appoggia su quattro cassoni indipendenti che si spingono sino a 18 metri sotto il livello del mare, quella Calabra si appoggia sulla roccia direttamente in un profondo scavo.

Fino al completamento dei piloni sul fiume Elba in Germania, il pilone di Torre Faro ha vantato il record del pilone più alto del mondo. Tuttavia il forte vento che costantemente soffia sullo Stretto ha indotto i tecnici all’utilizzo di cavi d’acciaio ad alta resistenza ma a bassa conducibilità elettrica, cosicché i cavi si sono rivelati con gli anni insufficienti per soddisfare la richiesta energetica (oltre che pericolosi per il trasporto aereo) e nel 1994 si è optato per la loro rimozione e la messa in attivazione di cavi sottomarini.

Oggi il pilone resta una fonte di attrazione turistica, particolarmente suggestiva di notte quando la struttura d’acciaio riflette le luci poste alla base e si staglia come un cono luminoso emergente dalle acque scure dello stretto.

Torri Martello

Le torri Martello sono ispirate dalle fortezze circolari, a Capo delle Mortelle in Corsica.

Gli inglesi furono impressionati dall’efficacia delle Torri contro le loro navi da guerra più moderne e ne copiarono il progetto. Il nome della torre, per un errore ortografico, cambiò da “Mortella” a “Martello”. All’inizio del XIX secolo, durante il cosiddetto periodo napoleonico, gli inglesi volevano trasformare la Sicilia in un loro protettorato. Le torri Martello siciliane furono state costruite in questo contesto probamente intorno al 1810. Le torri furono dismesse 15 anni dopo con Ferdinando IV di Borbone, divenuto re del Regno delle due Sicilie.

Una torre Martello ha la forma di un tronco di cono dell’altezza di circa dodici metri e una diametro massimo alla base di venti metri, che si riduce a quindici sulla sommità. I muri sono spessi quattro metri ed era impossibile abbatterli per i cannoni dell’epoca, specialmente quelli delle navi. Inoltre i proiettili venivano deviati a lato dalle pareti di forma conica, rendendo così l’impatto meno efficace. La struttura era sorretta da un pilastro centrale che faceva anche da perno al più grande dei due cannoni posti sul tetto, da 24 o 32 libbre con una gittata di quattro chilometri, che potevano brandeggiare per 360 gradi.

All’interno la torre martello era divisa in tre piani. Il piano terra, rialzato di cinque o sei metri rispetto al terreno, serviva da magazzino e dispensa e ospitava la cisterna per l’acqua piovana che scendeva dal tetto tramite un sistema di raccolta all’interno dello stesso. Delle sette torri costruite in Sicilia poche sono ancora esistenti ma tre sono presenti nella nostra Riserva di Capo Peloro, e sono:

La Torre Saracena a Ganzirri, la Torre Bianca a Torre Faro e la torre Mazzone detta Forte degli Inglesi.

Forte degli Inglesi, MACHO e Parco Horcynus Orca

Questa torre martello, chiamata Forte degli Inglesi a Torre Faro, sorge su stratificazioni di strutture architettoniche susseguitesi nel corso dei secoli in questa zona, creando una particolare sovrapposizione di stili e diversità di impiego delle strutture.

Dentro questo complesso monumentale sorge Il MACHO Museo d’Arte Contemporanea Horcynus Orca della fondazione omonima. Accanto vi è il parco letterario nell’ex sede del Tiro a Volo.

Il sito archeologico è il risultato dei primi saggi effettuati all’interno della cosiddetta area. L’occasione è venuta dai lavori di restauro e recupero del complesso edilizio con fondi del Parco Horcynus Orca del quale l’ex fortino costituisce una delle sedi. Gli scavi condotti dalla Soprintendenza dei Beni Archeologici di Messina hanno portato alla luce la struttura del basamento del faro di epoca romana che qui aveva sede, oltre ai resti di alcune cisterne di raccolta di acqua piovana ed altro materiale. Il complesso edilizio del parco Horcynus Orca è molto interessante ed altrettanto poco noto per essere stato fino a tempi recenti sede della guardia costiera della Marina Militare Italiana e quindi poco accessibile al pubblico.

Il Faro – La lanterna

Anticamente posto dove ora nasce il complesso architettonico del Forte degli inglesi. Alla fine dell’800, rimasto solo in funzione di fortino, il faro venne sostituito da una lanterna un po’ più a sud che venne poi distrutta dal terremoto del 1908 e quindi riedificata più alta e moderna, le otto facciate acquisirono il colore bianco e nero che ammiriamo oggi.

Tutt’ora funzionante è proprietà della Marina Militare di Messina.

Posta su di un basamento rettangolare, entro il quale erano stati ricavati dei locali adibiti ad alloggio del custode del faro, la sua struttura si elèva con forma ottagonale ed è alta 36 metri. Percorrendo la scala elicoidale si giunge prima alla camera del guardiano del faro. Poi alla terrazza, dove è posizionata la lanterna che emette due fasci di luce di colore verde, visibili a lunghissime distanze grazie alle sue lenti convesse.

Villa Roberto

Gran parte delle costruzioni e ville antiche presenti nel territorio della Riserva sono state ristrutturate o rimaneggiate nel corso dei decenni perdendo così i caratteri tradizionali: i pochi edifici superstiti risalgono all’Ottocento o ai primi del Novecento.

Prima del villaggio, vi è la “Villa Roberto” circondata da un vasto parco, unico polmone verde rimasto indenne a ridosso delle colline.

Chiesa S. Nicola di Bari – Ganzirri

Edificata tra il 1929 e il 1939, la nuova chiesa di San Nicola di Bari, sorge con il prospetto verso il lago, su di un piano sopraelevato di circa due metri rispetto alla quota stradale della Via Consolare Pompea. L’impianto della costruzione è costituito da robusti telai di cemento armato ancorati nello zatterone e collegati tra loro con cordoli di varia altezza, il tutto secondo le norme antisismiche.

L’edificio ha la forma classica della croce latina, con i due bracci che s’incrociano, alti 14 metri, larghi 7 e lunghi 34; alla navata centrale si affiancano due navatine delineate dal lato interno da due serie di quattro colonne in cemento armato e marmoridea. I tampognamenti sono in mattoni pieni nelle navate laterali e in mattoni forati nelle parti alte della navata centrale e del transetto.

La copertura a tetto è sostenuta da capriate e orditura in legno. Il controsoffitto è a cassettoni in gesso. L’insieme architettonico è solenne, con ampi archi a tutto sesto, e si ispira allo stile romanico. Due capitelli corinzi che ornano l’altare maggiore sono stati prelevati dal museo. Nel transetto sono da osservare le statue policrome della Madonna della Montagna e di S.Nicola. Della vecchia statua di gesso rimane soltanto la testa. Merita un cenno un quadretto ottocentesco della Madonna con Bambino ispirato a Raffaello.

Chiesa S. Maria della Lettera – Torre Faro

Venute meno, a causa del terremoto del 1908, le due chiese del casale, quella di S. Domenica e quella costruita nel 1733, si costituì tra i naturali della zona di Torre Faro un comitato che opero’ la costruzione del nuovo edificio per il culto.

Era però una soluzione provvisoria e quella definitiva venne nel 1934 con la costruzione della nuova parrocchiale.

La costruzione attuale è a tre navate, la centrale larga m. 6,40 e le laterali 3,55 ciascuna, separate da quattro coppie di colonne marmoridee in cemento armato e due coppie di mezze colonne addossate ai pilastri della facciata e del transetto. Questo con la navata centrale e l’abside, forma la classica croce latina.

La chiesa accoglie diverse realizzazioni artistiche, di cui alcune recuperate tra le macerie del terremoto da varie chiese distrutte.

La calotta dell’abside contiene un affresco di Giuseppe Russo che riproduce l’ambasceria alla Madonna della Lettera di Tommaso Aloisio Iuvara.

Tra i quadri possiamo ammirare:

– La stigmatizzazione di S. Francesco di Giovanni Fulco (1605-1674); proveniente da S. Chiara, una delle chiese distrutte dal terremoto. Misura cm 196 X 144 ed è stato restaurato nel 1982 da Angelo Cristaudo;

– La Pietà, attribuita allo stesso Fulco;

– L’Annunciazione, di autore Ignoto (sec. XVIII)

– La Cappella del S.S. Sacramento inaugurata il 28 marzo 2009

 

Lago Grande

Si estende, allungandosi in direzione NE-SO, per una superficie allungata a forma di otto di circa 338.000 m², ha una lunghezza di circa 1,7 km ed una larghezza di circa 250 m, la sua massima profondità è di circa 7 m. Ha una temperatura media che varia fra gli 11° a gennaio e i 31° in agosto. Due canali, costruiti dagli inglesi attorno al 1830, permettono l’ingresso di acqua dal mare, il canale Due Torri a nord, ed il canale Catuso a sud che è coperto, questi vengono tenuti aperti o chiusi in base all’esigenza di ossigenare le. Un terzo canale collega il lago di Ganzirri con il lago di Faro.

L’attuale lago di Ganzirri è nato dalla fusione di un bacino più piccolo con lo stesso nome e di un bacino posto a NE e denominato Madonna di Trapani, nel punto di fusione il fondale è bassissimo e praticamente impedisce lo scambio di grandi masse d’acqua fra i due bacini, creando due microambienti diversi. E’ stato dichiarato, insieme al lago di Faro, bene d’interesse etno-antropologico particolarmente importante, in quanto sede di attività produttive tradizionali legate alla molluschicultura, in questo lago prevalentemente indirizzata verso la tellinicultura. Fra il lago di Ganzirri e il lago di Faro anticamente esisteva un pantano denominato Margi (Messina), bonificato nell’Ottocento dai Borboni, al centro di esso si trovava un tempio di Nettuno, molto difficile da raggiungere per le esalazioni pestifere della palude.

Lago Piccolo

Detto anche Pantano Faro o Pantano Piccolo è situato a nord rispetto a quello di Ganzirri. Ha una superficie di 263.600 mq ed una forma quasi circolare col diametro maggiore in senso NO-SE di 660 m. Questa laguna ha un carattere maggiormente marino rispetto a quella di Ganzirri e raggiunge la sua profondità massima a circa 28, 30 mt nella parte centro-orientale.

La particolarità di questo ambiente è la presenza persistente di idrogeno solforato a profondità superiori ai 10 m (al di sotto delle quali l’ossigeno è assente) e l’esistenza abbondante di microorganismi che riescono a metabolizzare i derivati dello zolfo nell’interfaccia fra la zona ossica e quella anossica. Il toponimo Faro potrebbe trovare una spiegazione nella parola pòros (passaggio, stretto di mare), riferendosi all’intero tratto di mare che separa la costa messinese da quella calabra. E’ stato dichiarato, insieme al lago di Ganzirri, bene d’interesse etno-antropologico particolarmente importante, in quanto sede di attività produttive tradizionali legate alla molluschicultura, in questo lago prevalentemente indirizzata verso la mitilicultura.

Spiagge

Tra le più belle della Sicilia le spiagge di Capo Peloro, in particolare quelle di Torre Faro nella zona sotto il Pilone, offrono ai bagnanti molteplici biodiversità sia nella flora che nella fauna. La costa Tirrenica con acque più calde e mosse, la costa Ionica con acque più fredde e limpide. Le spiagge variano la loro conformazione ogni anno e si può comunque scegliere tra spiagge sabbiose e spiagge con ciottolato più grossolano.

Fino ad incontrare zone costiere sia sul versante tirrenico che su quello ionico, di un substrato duro e naturale chiamato “Beach Rock“. Questo conglomerato ospita comunità di organismi acquatici del tutto originali, rispetto a quanto noto per la generalità dei biotopi mediterranei affini. Oltre al suo rilevante interesse in termini di documentazione geologica (testimonianza di età tirreniana) e antropologica (anticamente utilizzata come cava per macine da mulino), la struttura è di grande importanza in quanto ospita estese formazioni di biotipi protette a livello comunitario. Tali formazioni rappresentano inoltre un caso unico nel mar Mediterraneo.

Caratteristici del luogo sono i refoli, vortici generati dalla corrente dello Stretto di Messina, che nei secoli passati animarono la leggenda di Cariddi, una ninfa dalla voracità insaziabile che per aver rubato dei buoi al figlio Eracle, fu trasformata da Zeus in un mostro che per tre volte al giorno ingoiava e rigurgitava le acque delle stretto, ingurgitando tutto ciò che si trovava sopra o sotto la superficie del mare (marinai compresi)